Quello che si potrebbe fare

I recenti ennesimi femminicidi, ultimo, anzi ad oggi purtroppo già penultimo, quello di Giulia Cecchetin, hanno giustamente rimesso al centro l’urgenza della responsabilità educativa.

Le prime bozze di proposte ministeriali in circolazione hanno costituito lo spunto per una riflessione all’interno della nostra Associazione. Abbiamo ripensato al nostro percorso e ci siamo chieste cosa fare.

Come siamo arrivate all’educazione ai sentimenti?

Abbiamo iniziato nel 2013 con un progetto scolastico che si svolgeva su più scuole, secondarie superiori e inferiori, e vedeva coinvolti anche la ASL, le assistenti sociali, la PS. Abbiamo fatto principalmente informazione: le forme e i numeri della violenza di genere, a chi rivolgersi, invito a denunciare, ricerche, scritture, cartelloni, video, dibattiti. Abbiamo anche stampato un libro con i lavori delle alunne e degli alunni. Ma in breve ci siamo accorte che non era la strada giusta. Molti (anche insegnanti) continuavano a pensare che la violenza sulle donne era un problema di casi isolati, di qualche pazzo, che poi per il resto problemi non ce ne erano. I cartelloni erano pieni di stereotipi di genere e nessuno se ne rendeva conto.

Allora abbiamo cominciato a cercare altro e passo dopo passo siamo arrivate all’educazione ai sentimenti.

Non educazione sentimentale, nel senso che il nostro campo di ricerca, dopo dieci anni, non è solo la relazione sentimentale, ma il vissuto emotivo e la relazione con l’altro in generale.

Come Amnesty International, consideriamo il femminicidio la punta dell’iceberg della violenza sessuale, che a sua volta è la punta dell’iceberg della violenza di genere, che non è solo fisica, ma psicologica e si radica nel condizionamento profondo, culturale, di donne e uomini.

La scuola che abbiamo è quella che abbiamo ereditato da un mondo autoritario, che concepiva l’educazione come un indottrinamento, e che era sicuramente imbevuto di pregiudizi patriarcali e maschilisti. Purtroppo questi tratti sono ancora molto presenti.
• I libri di testo sono l’esempio più eclatante: abbiamo manuali in cui non ci sono le donne o, se ci sono, sono pochissime, fondamentalmente escluse dai curriculi: nei libri di testo troviamo pochissime scrittrici, scienziate, filosofe, artiste! Nessuno parla dell’effetto Matilda, insomma a livello di contenuti sembra tutto immutato da prima del 68.
• Abbiamo ancora i banchi tutti in fila che guardano l’insegnante. Che gli alunni possano avere un rapporto tra loro sembra fatto ignorato. Invece, ovviamente, è proprio la scuola il luogo della socializzazione, solo che, siccome noi non ce ne facciamo carico, i ragazzi si comportano tra loro come viene loro più semplice, mettendo in atto dinamiche non inclusive, spesso aggressive, competitive fino al bullismo. I ragazzi non si conoscono tra loro, non si parlano dei propri problemi.
Le insegnanti e gli insegnanti sono a loro volta immersi nel “mare invisibile del patriarcato” e ne trasmettono inconsapevolmente i dis-valori. Se così non fosse, l’alta percentuale di insegnanti donne avrebbe dovuto migliorare la situazione. Inoltre molte donne, assumendo un punto di vista maschilista, sentono l’occuparsi di questioni di genere, come una diminutio (come per alcune chiamarsi “direttrice” o “la dirigente” o “la presidente”) e anzi affermano che ormai c’è la parità.

Quindi per fare della scuola un’agenzia educativa che tenti di contrastare la discriminazione e la violenza di genere è necessario:
• Fornire alle scolaresche un’informazione completa in merito al problema, alle istituzioni presenti sul territorio, a chi rivolgersi per avere aiuto ecc.
• Attuare una normale educazione sessuale, che tenga conto della sovraesposizione “sotterranea” al porno degli adolescenti
• Creare strutture di supporto psicologico alle scuole (spesso sono insegnanti, genitori e dirigenti a non volerlo!)
• Diffondere in maniera capillare le pratiche di educazione ai sentimenti, pratiche che portano alla maturazione della consapevolezza di sé e del proprio rapporto con l’altro, che si inseriscono con successo nel normale insegnamento curriculare, in tutte le discipline, a qualunque livello.

L’educazione ai sentimenti non è una materia da insegnare, è un approccio diverso allo studio e allo svolgimento del lavoro didattico e di apprendimento. Si tratta di insegnare e imparare non solo contenuti, abilità e competenze, ma di partecipare al processo con la propria esperienza emotiva, confrontandosi con essa e condividendola con gli altri. La caratteristica principale è il coinvolgimento che riguarda tutti i partecipanti, in primis il conduttore del laboratorio (e di conseguenza l’insegnante in classe).

In queste pratiche, prendendo spunto dall’argomento che si sta studiando, e in un certo senso approfondendolo, si favorisce l’emergere del vissuto emotivo. Spesso si prende coscienza di aspetti della propria vita prima sottovalutati o ignorati. Ci si racconta, si ascoltano i racconti degli altri, senza giudizio, senza discussioni. In questo modo si impara che c’è un altro modo per stare insieme, che non è utilitaristico, competitivo, aggressivo e si crea un gruppo solidale.
Le/gli insegnanti non sono formati a fare questo. Solo alcuni lo fanno perché la sensibilità individuale li ha spinti in questa direzione.

Come?

Noi utilizziamo il Gioco Scaldastorie (di Annamaria Simonelli), lAutobiografia fotografica, la Lettura emozionale e la Scrittura libera, la Casa dei racconti.

Ma quando l’insegnante ha imboccato questa strada facilmente crea nuovi tipi di attività, specifici per gli argomenti che vuole proporre alla classe (es la Tombola delle donne, Le frasi-allarme della violenza…).

In conclusione noi siamo assolutamente contrarie all’idea di una o più ore extra da dedicare a questa fantomatica attività, come una cosa staccata e diversa da tutto il resto della vita scolastica. È un’idea non solo inutile ma pericolosamente fuorviante.
Siamo favorevoli a laboratori di autoformazione degli insegnanti condotti da altri insegnanti che abbiano esperienza di queste pratiche.

Mara Fortuna

Laura Saffiotti

(foto attività Liceo Mercalli di Napoli classe IIG 24.11.2023)

Una replica a “Quello che si potrebbe fare”

  1. Avatar Anna Maria Simonelli
    Anna Maria Simonelli

    Ottima presentazione del nostro punto di vista sul Progetto governativo dell’educazione sentimentale. Anna Maria

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