Facile confondere l'”educazione ai sentimenti” con una qualche pratica (predica) piena di buone intenzioni che dovrebbe far diventare tutti più buoni, oppure con l’ “educazione sentimentale” alla Flaubert, che riguarderebbe relazioni amorose e quadro morale. In realtà l’educazione ai sentimenti ci riguarda tutti, ne abbiamo bisogno tutti, ed è lavoro lungo e difficile perché si tratta di imparare a costruire relazioni e narrazioni dell’esperienza in un mondo che continuamente ne nega gli spazi e l’importanza. Si tratta di imparare l’arte della memoria, mentre siamo accerchiati da una congiura globale che lavora per l’oblio. Si tratta di guardare con altri occhi, quando il valore sembra tutto di chi, chiuso nella fortezza, difende il suo territorio a oltranza. Dove si imparano i sentimenti e, soprattutto, chi dovrebbe insegnarli? Si imparano in famiglia e a scuola, come tutto il resto. Ma non sempre, perché c’è bisogno di attenzione, ascolto, cura, responsabilità, tutte cose che diventano estremamente rare se ogni persona è continuamente pressata da un numero incredibile di compiti e di obiettivi da raggiungere, tutti irrinunciabili, tutti indispensabili. Di seguito due riflessioni sull’argomento di Umberto Galimberti. La prima, apparsa su Repubblica nel 2013, è ormai, per noi de “La Principessa Azzurra”, una pietra miliare. Il secondo contributo, di cui pubblichiamo il link, è un articolo che sintetizza, in maniera esauriente, le conferenze del filosofo sull’educazione ai sentimenti.

Come si impara l’educazione sentimentale?
di Umberto Galimberti

(La Repubblica n. 855, 31 agosto 2013 “Lettere a Umberto Galimberti”)

Un giorno il filosofo Miguel Benasayag, insieme allo psichiatra Gérard Schmit, aprì a Parigi uno sportello per ascoltare i giovani che accusavano un disagio, un disadattamento, una
demotivazione, una sofferenza, e si sorprese nel constatare che alla sua domanda: “Che
cosa ti fa soffrire?” i giovani non sapevano dare una risposta. Si persuase allora che oggi
la sofferenza dei giovani non è solo “psicologica”, ma anche e soprattutto “culturale”.
I giovani non sanno che cosa “sentono” né quando sono felici, né quando sono angosciati.
Non conoscono i nomi che caratterizzano i sentimenti che provano. E come fanno a
difendersi o a mettere in atto strategie di compensazione se non sanno neppure di che
cosa soffrono? Su questa sua esperienza Benasayag scrisse un libro che le consiglio di
leggere: “L’epoca delle passioni tristi” (Feltrinelli).
Ma dove si imparano i sentimenti? Certamente nei primi anni, in forma appena abbozzata,
in famiglia, ma soprattutto a scuola, attraverso quella maturazione che conduce
dall’impulso all’emozione e dall’emozione al sentimento. Questo percorso si chiama
“educazione” e si distingue dall'”istruzione” che è una pura trasmissione di saperi, la
quale, a sua volta, diciamolo subito, riesce solo se i maestri e i professori sono capaci di
aprire agli studenti le porte del cuore, come ciascuno di noi ha potuto verificare quando
studiava con piacere e passione preferibilmente le materie impartite da insegnanti capaci
di accedere alla sfera emotiva dei loro studenti. Del resto già Platone avvertiva che si
apprende sostanzialmente per via “erotica”.
Ma vediamolo, il percorso che dall’impulso conduce all’emozione e da ultimo al
sentimento. L’impulso è la più primitiva delle cariche emotive e ha come linguaggio il
gesto. Gli episodi di bullismo sono l’esempio classico di ragazzi la cui maturazione emotiva
si è fermata a questo stadio. Punirli, sospenderli dalla scuola non serve a niente, perché
non sono in grado di distinguere con chiarezza cosa è bene e cosa è male, cosa è giusto
e cosa è ingiusto. Questi ragazzi vanno “educati” cioè condotti (e-ducere) dall’impulso
all’emozione, che è la risonanza emotiva che una mia parola, un mio gesto produce in me,
in modo che, grazie a essa, io possa avvertire la differenza che a livello impulsivo non
colgo.
Kant diceva che la differenza tra bene e male possiamo anche evitare di definirla, perché
ciascuno la “sente” naturalmente da sé. Oggi non è più così, se è vero che alcuni ragazzi
non distinguono tra corteggiare una ragazza o aggredirla sessualmente, tra parlar male di
un professore o prenderlo a calci, tra non amare lo straniero o bruciarlo mentre dorme su
una panchina.
Dall’emozione si passa al sentimento che non è un dato “naturale” ma “culturale”. I
sentimenti si imparano attraverso modelli, storie, narrazioni. I miti greci, per esempio,
descrivevano con Zeus il potere, con Atena l’intelligenza, con Apollo la bellezza, con
Afrodite la sensualità, con Ares l’aggressività, con Dioniso la follia. Attraverso i miti si
prendeva contatto con la dimensione sentimentale che guida la condotta degli uomini.
Oggi non possiamo più tornare ai miti, ma abbiamo il serbatoio di conoscenza dei
sentimenti umani rappresentato dalla letteratura, frequentando la quale, si impara che
cos’è il dolore, la gioia, l’entusiasmo, la noia, la compassione, la disperazione, in tutte le
forme e le articolazioni in cui questi sentimenti si declinano.
Oggi le nostre scuole, per adeguarsi alla cultura tecnologica, tendono a marginalizzare la
letteratura, per cui avremo sempre di più tecnici senz’anima, ma soprattutto uomini che
conducono la propria vita senza la più pallida idea di sé e dei sentimenti che li abitano.

Un articolo che sintetizza le conferenze del filosofo sull’educazione ai sentimenti è:


http://www.helloworld.it/cultura/galimberti-educazione-sentimenti-bambini?fbclid=IwAR2cz7kX1w-sjhaMddqtZByye1DBZ5ymXJ8_B3k7zgXYUujwLPSnWEFpfCo


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