Nel giorno dell’Epifania da secoli festeggiamo l’infanzia con dolci e doni portati da una vecchia che vola su una scopa, brutta e vecchia, ma buona. Sarebbe ora che, come è stato per la befana, anche alle altre streghe e janare si levasse la maschera. Una volta la befana non si chiamava così e volava sui campi durante la dodicesima notte dopo il solstizio invernale per propiziare i raccolti. Dodici notti che rappresentavano i dodici mesi dell’anno. Era una befana pagana, che portava fertilità e benessere. Allora i peccati degli uomini c’erano, ma non erano così importanti e il diavolo, in pratica, non esisteva. Poi le cose sono cambiate, la figura femminile che volava sui campi è stata incriminata di stregoneria, probabilmente sia perché volava sia perché era femmina. Tuttavia, come spesso è successo nella storia dei popoli e delle religioni, è rispuntata già nel medioevo sotto nuova forma ed è rinata a nuova vita. Ora vola su una scopa la dodicesima notte dopo il Natale, che, come aveva suggerito Epifanio di Salamina già nel IV secolo d.C., è diventata la ricorrenza della visita dei re magi a Gesù. E’ una figura mezzo buona (porta i doni) e mezzo cattiva (vola su una scopa e sembra una strega), e del resto se non si è stati buoni la vecchia, si sa, porta il carbone. Befane di legno e stracci si bruciavano, e da qualche parte ancora si bruciano, un po’ dovunque in Europa, a fine anno come alla Quaresima, per rappresentare il vecchio che se ne va e per accogliere il nuovo che viene. Ed è proprio per questa consuetudine che, in origine, il carbone era associato alla befana. Questo innocente e divertente rito del falò (d’inverno, poi, in molte località è veramente bello riunirsi intorno ad un grande fuoco e stare insieme a festeggiare all’aperto e al caldo) è, però, anche inquietante. La nostra befana è troppo somigliante ad una strega per non andare col pensiero alle migliaia di donne condannate a morte perché streghe e in gran parte bruciate vive sul rogo. Già all’epoca della raccapricciante caccia alle streghe che impazzava in tutta Europa, nella nostra terra c’era un particolare tipo di strega, la janara. In un tempo in cui malattie e sventure avevano ancora origini del tutto misteriose la gente comune attribuiva gli eventi negativi all’azione di forze occulte, incarnate in donne scellerate, che scatenavano la propria potenza su esseri indifesi, in primis i bambini. Queste donne separavano gli sposi, rendevano gli uomini impotenti, entravano misteriosamente di notte nelle case. Ma erano sempre loro che curavano i malanni e facevano nascere i bambini. Le janare avevano poteri negativi e positivi, facevano malefici e li neutralizzavano. Curavano la malaria (quartana) col vino consacrato e i dolori con olio e parole segrete (secreti). Insomma somigliano molto alla befana, perché come lei sono sia buone sia cattive. Il loro nome rivela ancora una volta l’origine: le janare sono le Dianare, le sacerdotesse di Diana, dea dei boschi e della caccia. Pare che nel Regno di Napoli le streghe siano state processate, ma mai condannate a morte, proprio in forza della visione a doppio senso della figura della janara: maga e guaritrice. La befana, dopo qualche secolo di persecuzione, è stata ripresa in servizio, constatandone evidentemente l’innocuità. Non così è stato per streghe e janare. La Chiesa ha sempre combattuto la superstizione, ma è anche vero che è sempre stata una forte sostenitrice dell’esistenza di streghe e affini. All’epoca della caccia alle streghe fu ovviamente in prima linea con il terribile Tribunale dell’Inquisizione, e con il “Malleus Maleficarum”, manuale scritto da due domenicani tedeschi, per stabilire i criteri utili a riconoscere e punire le streghe. In tre secoli furono giustiziate circa 50.000 donne accusate di stregoneria. L’ultima è stata Anna Goldi, in Svizzera, nel 1782, cioè alla fine del secolo dei lumi. La realtà della stregoneria non è mai stata abiurata dalla Chiesa e non farlo significa non contrastare un fenomeno che cresce nell’ignoranza e se ne nutre. Non è un mistero che già nei secoli della vera e propria caccia alle streghe ad accusare povere donne (a volta bambine), magari strampalate e isolate, erano non direttamente dei religiosi, ma la gente comune, i vicini di casa, i conoscenti. Ora nel nostro paese non si ricorre più a simili orrori quando ci si vuole sbarazzare di una persona molesta, ma in altre regioni del mondo sì. Le periferie delle città africane (Kinshasa ad esempio) sono piene di giovanissimi emarginati che non sanno come sopravvivere e formano bande di ragazzi di strada. Incredibilmente molti finiscono in questa situazione perché allontananti dai villaggi di origine con l’accusa di stregoneria. Ecco, sarebbe un bel regalo per l’umanità, se papa Francesco facesse qualche passo in avanti anche in questo campo.

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