“Perché ti ho perduto” di Vincenza Alfano

“Perché ti ho perduto” di Vincenza Alfano

Un affondo nella poesia di Alda Merini. E quindi un affondo nella sua vita, nel suo dolore, nella sua follia. Questo è “Perché ti ho perduto” ultimo lavoro di Vincenza Alfano, una delle scrittrici più attive sulla scena culturale di Napoli. Il libro, bellissimo, parte forse un po’ in sordina, ma si sviluppa poi in un crescendo continuo e trova il suo centro nel racconto del terribile vissuto della poetessa all’interno del manicomio, esperienza durata ben dieci anni della sua vita, in un isolamento fatto di assenze, sonno chimico, cancellazione del sé. È in quel decennio che Alfano affonda il bisturi, alla ricerca della fonte della scrittura di Alda Merini, mettendo continuamente a nudo la contiguità e lo sconfinamento dell’arte nella follia e viceversa.

L’amore verso questa scrittrice, racconta Alfano, è nato lentamente, per accumulo, uno scritto alla volta, una poesia per volta. Poi l’interesse per l’esperienza della reclusione manicomiale, soprattutto delle donne, spesso confinate in questi luoghi di tortura solo per non essere conformi a una supposta norma sociale, ha trovato un felice sbocco nella scrittura di questo romanzo.

Di Alda Merini nel libro vengono raccontati un pezzo dell’infanzia, la sua relazione con Giorgio Manganelli, il suo matrimonio, la sua ritrovata serenità dopo l’esperienza manicomiale. Ma è la quotidianità durante l’internamento al “Pini” il cuore della storia.

Scrive Alfano che l’infermiera (quella cattiva che tutti temono) …

è esposta al quotidiano contagio di quella follia pervasiva, col suo odore cattivo che si insinua nelle narici, attecchisce sulla pelle, non se ne va dai vestiti dai capelli, dalle mani. Esposta a quelle urla inaudite, a tutto quel versare lacrime senza motivo, a quel turpiloquio continuo che rimbalza da una bocca all’altra, tra visi deturpati e senza più denti. Esposta a quelle mani avide di corpi, scoperte a frugare sotto i vestiti alla ricerca di un piacere proibito.

Rischi di diventare matto anche tu se non corri ai ripari mettendo una distanza incolmabile tra te e loro. La normalità è il confine che loro non possono valicare, se ne stanno dall’altro lato, protetti da un filo spinato invisibile, in quella terra di nessuno senza più regole, senza più freni, dove ognuno sta solo con sé stesso e non dà conto a nessuno di quello che dice, di quello che fa, di chi decide di essere.”

E poi ci sono le pillole, l’elettrochock, il dottore, le infermiere, gli altri “pazzi”. È nel manicomio che prendono forma, in maniera concreta e irrimediabile, l’esclusione dalla vita sociale, la marginalizzazione e l’espulsione dal corpo della vita normale, e tutto quel che resta sono i fantasmi. Ingigantiti, immortali, più reali del reale.

“Nel manicomio non esistono specchi. È la cosa che più manca ad Alda lì dentro. Ha imparato a truccarsi senza specchiarsi, a vestirsi senza specchiarsi. Le resta un ricordo sbiadito del proprio viso, il suo corpo le sembra più pesante anche se mangia pochissimo. Gli psicofarmaci fanno ingrassare. Prende almeno dieci compresse ogni giorno. La pillola della pazienza, la pillola del silenzio, la pillola della convivenza, la pillola della fame e quella dell’astinenza, la pillola della tolleranza, la pillola dell’ottimismo, la pillola della realtà, la pillola del sonno, la pillola dell’ubbidienza.”

Il libro è scrupolosamente documentato e tuttavia aperto all’invenzione dell’autrice, che liberamente rielabora e immagina alcuni passaggi della vita di Alda Merini. Uno, in particolare, che non si può svelare senza spoilerare, e che fa parte dell’esperienza manicomiale, ho trovato geniale, perché davvero ritrae in maniera mirabile la solitudine e la necessità di condivisione comuni a tante esperienze artistiche e a tanti artisti.

Centrale nella vita della poetessa (e nella vita di tutt*) è il dolore dell’abbandono, ferita sempre aperta, promessa sempre mancata, e allo stesso tempo sorgente inesauribile della sua creatività, fonte a cui potersi sempre abbeverare, compagno inseparabile di ogni giornata e del lavoro di tutta la sua vita, che è cercare le parole. Cioè il lavoro di ogni persona che ami la scrittura. Anche di Alfano, che non può che parlare di una poetessa attraverso la poesia. Ed ecco che il romanzo è impreziosito dai versi di Alda Merini, ma anche dai versi di Catullo (tradotti dall’autrice) e dai quelli della stessa Vincenza Alfano, che chiudono il libro in bellezza.

Il libro è interessantissimo come testo da proporre in classe perché dà la possibilità di trattare temi spesso trascurati dai programmi tradizionali, con i benefici insostituibili che regala la letteratura (tra tutti la possibilità di entrare emotivamente nell’esperienza umana) e che non si trova nei saggi. I quali, tuttavia, sono essenziali se si vuole ampliare le conoscenze.

Naturalmente c’è un’ampia bibliografia su questi argomenti, su tutti “L’istituzione negata” di Franco Basaglia.  Io ne cito solo due, per chi fosse interessato:

  • “Malacarne – Donne e manicomio nell’Italia fascista” di Annacarla Valeriano, Donzelli editore
  • “Luride, agitate, criminali – un secolo di internamento femminile (1850-1950)” di Candida Carrino, Carocci

Propongo anche l’ascolto di una canzone, “Il cantico dei matti”:

Quest’ultima può offrire un utile supporto per un’attività EAS, di scrittura libera, scegliendo un suo verso come incipit.

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