Se solo il mio cuore fosse pietra di Titti Marrone

Se solo il mio cuore fosse pietra di Titti Marrone

Il male, che ormai lo sappiamo, è banale, non finisce quando finisce la sua azione visibile. Il male che la guerra e i suoi orrori seminano non finisce con la fine della guerra. Il racconto della prima parte, quella eclatante, la conta dei morti e la stima delle distruzioni è cosa abbastanza conosciuta (mai abbastanza, però, forse). E cosa succede dopo? Che ne è della vita dei sopravvissuti? Come evolvono le ferite profondamente incise nell’anima di chi quegli orrori li ha attraversati?

L’ultimo lavoro di Titti Marrone racconta la storia molto poco conosciuta e tuttavia essenziale per chi voglia accostarsi al tema della Shoa, della persecuzione e dello sterminio, di venticinque bambini, dai tre a quindici anni, sopravvissuti ai campi, o a nascondigli di vario genere. È una storia vera e il libro è un documento, ma non si tratta di un saggio. Marrone giustamente sceglie, per narrare la straordinaria esperienza dei bambini e dei loro salvatori, il linguaggio letterario. Così la lettura è allo stesso tempo un resoconto e un romanzo e la scrittrice riesce a rispondere egregiamente alle richieste e le aspettative di entrambi i generi.

I bambini vengono accolti a Lingfield, Inghilterra, seguiti da psicanaliste, dottoresse, insegnanti che cercano, per tentativi ed errori, con determinazione incrollabile, di “rammendare” gli strappi dei traumi, aiutare i bambini a ricostruire quella base di fiducia indispensabile a qualunque relazione umana. Siamo nel 1945 e sir Benjamin Drage offre la propria villa di campagna per tentare la difficilissima operazione. Il progetto è di Anna Freud, figlia di Sigmund, e Alice Goldberger, sua collaboratrice. Per oltre dieci anni lavorano, in équipe con altri specialisti, utilizzando gli strumenti più all’avanguardia della pedagogia, della psicologia infantile, dell’arte.

Ci sono bambini che nascondono il cibo, che non vogliono mangiare quello offerto nei piatti, altri che dormono sotto il letto. Tutti hanno paura dei cani, tutti nutrono una totale sfiducia negli adulti. Nei loro giochi tutto l’orrore. I giochi sono: fare la conta, spogliare i morti, dividersi in Gestapo e ebrei.

“In un altro gioco ancora uno spicchio del giardino, chiuso in un cerchio di pietre, era indicato come “la camera dove si muore”. E lì si dovevano metter i bambini catturati, che a volte facevano finta di svenire prima di entrare. Appena i prigionieri erano entrati, si urlava tutti insieme, quelli dentro e gli altri fuori. Ma occorreva fare in fretta, prima che arrivassero le guardie a sgridarli. Alla fine quelli nel cerchio di pietre si gettavano a terra e morivano, gli altri fuori urlavano le parole usate dai guardiani e correvano tutto intorno.”

All’inizio sembra impossibile riuscire a restituire l’infanzia rubata: i bambini a lungo sono sicuri che si tratti di un imbroglio, che il cibo sia avvelenato, che i cani siano lì per sbranarli. C’è chi non riesce a sviluppare empatia, anche se si fa di tutto per aiutarli. Vengono dati degli animali da curare, ma non per tutti va bene. Un bambino riesce solo a torturarli.

Il loro difficile percorso, i cambiamenti, gli insuccessi, le nuove vite che riescono nonostante tutto a nascere sono l’oggetto di una narrazione limpida, precisa, circostanziata, che somma i meriti del documento e quelli della letteratura: entriamo nei personaggi, ci perdiamo nelle loro paure, speriamo insieme a loro di rivedere la luce.

E poi, poi c’è un’altra cosa. Un elemento che rende questo racconto veramente straordinario. Nella storia c’è anche un bambino che non c’è, un piccolo di 8 anni, Sergio de Simone, bambino napoletano, cugino di Andra e Tatiana Bucci. Sergio fu fatto morire poco prima della liberazione per coprire gli orrori degli esperimenti condotti su di lui. Titti Marrone lo racconta come fosse con gli altri, invisibile ma presente, dove non gli fu concesso di stare, anche lui partecipe della storia.

“Il calice con il latte era per lui, anche se la voce le aveva detto che non sarebbe mai stato tra gli altri bambini che Alice stava aspettando.

Io non verrò mai da te.

La voce del bambino aveva poi evocato una notte gelata. La notte in cui lo avevano strappato al sonno, fatto uscire di casa della nonna con tutta la famiglia, la mamma, i nonni, gli zii, le cuginette. …

Auschwitz dove siamo stati portati.

E subito il nome di un altro luogo:

Windermere. Il posto dove non sono mai arrivato”

La presenza invisibile dello spirito del piccolo Sergio è struggente, ma non è solo un elemento di ulteriore e profonda commozione. È strumento cognitivo: la storia dei sopravvissuti, con il suo dolore lancinante e l’impossibilità del successo completo che si porta dietro, comprende la storia di quelli che sopravvissuti non sono. I milioni di morti.

Di quanto successe molto si è scritto e raccontato, ma poco si riflette che quella tragedia non finì con la sconfitta dei nazisti e l’apertura dei lager. Per i sopravvissuti e gli scampati è durata per sempre. E scorre, come un fiume carsico con cui stentiamo a fare i conti, nella nostra storia.

Questo libro può essere un ottimo supporto nell’affrontare il tema della Shoa.

Inoltre offre molti spunti per attività di EAS. Tra i tanti: la fiducia negli adulti, da dove nasce, cosa la incrina/il rapporto con gli animali, tenerezza e violenza/i giochi preferiti, cosa raccontano.

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