(https://www.flickr.com/photos/radioalfa/49724385896)

Questo non è un post lamentoso. Non vuole esserlo, per lo meno. Premetto che ho usato e uso la DAD e mai i miei alunni mi sentiranno compiangerli e scusarli “vista la circostanza”.

Quando un anno fa la scuola ha chiuso, non ho aspettato che la mia scuola, tre giorni dopo e tra le prime della nostra città, avviasse la DAD. Mi ero già organizzata per provare a far sentire ai ragazzi la presenza della scuola con quegli strumenti di didattica condivisa che da anni già usavo nelle mie classi, quando la parola “digitale” significava solo il contrario di carta-e-penna e aiutava a integrarle online, ma non a sostituirsi nell’insegnare a distanza. Facemmo una versione online con una webapp. Loro andarono discretamente male, il che era un bene, significava che la maggior parte di loro stava lavorando onestamente. I ragazzi erano contenti del “filo” e anche, diciamocelo, di quella, che si immaginava relativamente breve, pausa.
Non mi sono mai tirata indietro di fronte alle difficoltà che la DAD rivelò sin dal primo giorno “ufficiale” del mio liceo, quando era ancora ministerialmente definita “non obbligatoria”, difficoltà e diversità che si rivelavano evidenti anche per gli insegnanti già discretamente tecnologici.
Come tanti miei colleghi, anche io mi ci sono buttata a capofitto, lavorando con entusiasmo, sebbene la stanchezza da connessione rendesse le ore più pesanti di quelle in presenza, quelle che non affaticano gli occhi e che ti ristorano grazie al contatto umano dell’aula e dei corridoi.
Come tanti, ho dovuto vincere la mia timidezza, violare la mia privacy mentre rendevo pubblico lo sfondo della mia stanza.
Mi sono sforzata di non pensare che non eravamo più “loro ed io”, come nell’aula, ma potevano esserci (e c’erano, come candidamente mi hanno più volte confessato) dei genitori ad assistere, seduti accanto al pc, o anche solo di passaggio.
Ho studiato, seguito webinar, imparato di flipped classroom e di chunked lesson in formato digitale. Ho immaginato, inventato, sperimentato perché sentivo che era il mio ruolo. Non c’era nulla di scritto nel mio contratto di docente, per lo meno non c’era esplicitamente, come hanno giustamente sostenuto e praticato colleghi di altre scuole; ma per me era semplicemente impensabile astenermi, lo sentivo già scritto nel mio lavoro, banalmente giusto. Era il mio posto. Il mio ruolo è e sarà sempre, prima ancora di combattere la tutela dei miei diritti professionali, la cura della loro istruzione e questo, ho scoperto negli ultimi anni, non può passare senza la relazione affettiva.
Ho scoperto che potevano esserci mille modi per riannodare il legame affettivo anche in DAD. Surrogati, certo, ma provvisoriamente efficaci. Alcuni, mi dicevo, avrei potuto usarli anche “dopo”.
Attraverso le attività di gruppo che proponevo e attraverso le mail singole per spronarli e motivarli sono successe molte cose, tra cui innanzitutto la loro percezione della cura, ma anche il fenomeno che chiamo Venom da quando due mie ex alunne mi hanno raccontato che, grazie a quelle casuali attribuzioni di gruppi (e a un imperdonabile errore ortografico -chi mi legge capirà-) erano poi nate amicizie inscindibili.
Passavano le settimane e loro avevano smesso di chiedermi “prof ma secondo lei quando si torna”. Avevamo capito che non saremo usciti preso dagli schermi, ma l’Italia era ferma e noi lo tolleravamo, in qualche modo: era allora coerente insegnare loro “noli exire” e altri modi per imporre di “non uscire”.

Poi sono successi due episodi.

Il primo. L’Italia ha smesso di fermarsi, riapriva lentamente, si poteva uscire. Dal balcone li vedevo baciarsi sugli scogli, all’“uscita della DAD” (magari ora leggendomi lo scopriranno). E la scuola restava chiusa, tacciata, senza dati certi a supporto, di essere un luogo insicuro.
Il secondo. Il Ministero, dopo averci illuso che sarebbe bastato appunto prenderci cura di loro senza preoccuparci, noi e loro, della fine dell’anno, ha iniziato a chiederci dei numeri, le famigerate valutazioni. Per me è stata la cosa più ridicola che si potesse immaginare di chiedere, vista la panoplia di possibili imbrogli che si potevano mettere in campo. C’era chi era più portato ad attuarli, sia per predisposizione caratteriale sia per mezzi economici. Non entro nel dettaglio perché io stessa mi mortificherei nel riferire quanto lo stesso mondo adulto (genitori e professori privati) possa essere sceso in basso pur di accondiscendere alla comune sete di numeri alti. A questi studenti, di cui, pur intuendola spesso chiaramente, non si poteva tuttavia provare la “colpa”, dovevano per forza alla fine andare i voti più alti.
Non mi sono mai abbassata -e spero di non impazzire mai in tal senso- a chiedere interrogazioni con le mani in alto o con gli occhi bendati o con le orecchie visibili.

Ciò per due motivi.

Sia perché evidentemente dall’altra parte ci sono esseri umani, tra l’altro dei fragili adolescenti, estremamente psicologicamente provati dal protrarsi di tutto ciò, e tra i tanti ve ne sono anche molti che (ebbene sì, esistono!) rispettano le regole e tristemente non chiedono nemmeno più di uscire, nonostante la quasi totale assenza o impossibilità di controlli (avere due adolescenti in casa mi concede il “vantaggio” di capire varie dinamiche).

Sia per un valore che per me è diventato la parola chiave di questo terribile anno in cui in particolare noi cittadini campani continuiamo ad essere privati dell’istruzione molto più delle altre Regioni: la dignità.

La notte degli imbrogli e dei sotterfugi non può cambiare a suon di metodi polizieschi.
Una parte dei nostri studenti sarà sempre più abile di noi, specie in una platea come la mia che ha molti strumenti e anche molti appigli legali. Resterebbero nella rete solo i più deboli, e noi con un pugno di mosche impaurite in mano.

Non rinuncio a fare verifiche, perché nonostante tutto le vedo come un’opportunità per i miei studenti: di allenarsi a ciò che li aspetta “dopo”, di mettersi alla prova, di ricevere qualche piccola gratificazione al proprio impegno, di autovalutarsi, di “imparare attraverso l’errore”, sempre però con la possibilità di recuperare quel voto, anzi, direi, con l’obbligo morale da parte mia, di metterli in condizione di farlo.

Ma fare verifiche non vuol dire, alle attuali condizioni, poter garantire la validità delle valutazioni.

A caccia di una chiave, ho messo in campo le emozioni, ho rovesciato i ruoli e ho chiesto loro di aiutarmi.

Aiutarmi a sentirmi meglio nel mio lavoro, ad essere una buona docente che semplicemente svolga al meglio il proprio compito, ossia insegnare ai propri alunni e farli crescere come individui .
Ho chiesto loro di mettere la parola “dignità” al centro di questi mesi: se avranno imparato a maneggiare questo più della perifrastica passiva, per me andrà bene.
Così siamo arrivati insieme a quello che ci è sembrato il meglio possibile, una serie di regole da mettere in campo durante una prova scritta: provare a ricreare la condizione di aula attraverso una buona visibilità webcam delle loro postazioni, figura intera o almeno mani e foglio (ma abbastanza lontano e sfocato da non mostrare -a me ma anche agli altri- cosa scrivono), tenendo l’audio acceso, questo anche durante la lezione: con tanti saluti a quell’entusiastico #muteall dei primi tempi che aveva tutelato i nostri orecchi e migliorato certo la qualità della connessione, ma che aveva poi consentito a molte classi (tutte, si dice) di avviare chat audio contemporanee (la cosiddetta “lezione sotterranea” come la definisce una mia collega).
Nonostante qualsiasi accorgimento, l’attendibilità delle conseguenti valutazioni ricade nell’alea della avvenuta ricezione del valore di “dignità”.
Consegnare a degli adolescenti l’importanza di un valore sembra un’impresa impossibile.
E invece non lo è, nella maggior parte di essi, perché per fortuna non sono ancora adulti.
Non essendo qualcosa di codificato o inserito in alcun aspetto della programmazione e degli obiettivi, l’ho trovata qualcosa di estremamente evanescente, ma utile in questa nuova condizione di “patto educativo”.

Per questo motivo mi sono detta che dovevo passare attraverso un’altra sfera, quella emotiva.

Perciò mi sono aperta io per prima alla trasmissione delle mie emozioni e l’ho deciso soprattutto dopo aver ascoltato la prof di mia figlia dare voce ai miei stessi pensieri. Ho deciso di dire loro semplicemente: mi mancate, mi manca la vostra presenza fisica, i vostri occhi nel mio sguardo, quella situazione -tecnicamente mai replicabile in DAD (staranno guardano me o chissà chi/cosa?)- che mi consentiva di cogliere non solo l’avvenuta trasmissione di un messaggio didattico, ma anche i vostri umori, la vostra partecipazione o la vostra noia, feedback essenziali per la trasmissione educativa.

Senza tutto questo, tanto vale sostituirmi con un link di YouTube a lezioni frontali che saranno senz’altro contenutisticamente più accurate delle mie.

Ho provato a dare onestà, ho ammesso errori, ho ringraziato per avermi fatto sorridere, ho chiuso un occhio per chi mangia a lezione, ritenendolo preferibile rispetto alla messa in campo di una menzognera comunicazione di assenza di connessione (prof non mi va il wifi).
Ho chiesto loro aiuto, soprattutto durante il difficile periodo di “didattica mista” in cui, pur avendo avuto finalmente la gioia -ebbene sì, chi pensava che avrei mai usato questo sostantivo a proposito della vista dei nostri pargoli!- di avere di fronte a me metà classe in carne, ossa, occhi, rumori e odori, tuttavia dovevo affrontare nuove sfide tecniche per la condivisione con l’altra metà classe che non solo era dietro lo schermo del pc sulla mia cattedra, ma che doveva anche anche essere proiettata sulla LIM e messa in condizione di comunicare con i ragazzi in presenza.

In queste occasioni, dietro il mio kit volontario di protezione reciproca (mascherina, microfono e visiera), mi sono affidata completamente a loro: la frase più ricorrente era “ora che devo fare?”.

Forse la chiave, in questa situazione ma anche in generale, è proprio questa: per farsi ascoltare bisogna prima ascoltare.
Il materialismo ci ha insegnato che questi ragazzi hanno “tutto”; ma avere tutto spesso equivale a non avere niente, come scrive l’autore di #cuoriconnessi.

Non funzionerà con tutti, ma forse funzionerà più dei metodi polizieschi, che demotivano anche i più bravi perché comunque non siamo infallibili; per lo meno sarà più adatto alla parola “educazione”.

Per quelli con cui non funzionerà, non avrò fallito in latino, ma in dignità.
Gli altri, avranno almeno imparato e testimoniato questo: potranno autovalutarsi e valutare in dignità.

Appendice da zona rossa: cosa vorrei, ovvero la luce in fondo al tunnel.

Non credo ci possa essere tutto solo chiuso o aperto.
Fino a poco più di un anno fa i pediatri ci raccomandavano caldamente di non superare un’ora al giorno a schermo: vorrei che ora anche loro ci aiutassero a trovare soluzioni alternative.

Vorrei, almeno per piccoli gruppi, momenti in cui io possa mettere i miei occhi nei loro per capire se hanno capito.

Momenti di istruzione all’aperto, lezioni ai musei, nelle piazze, davanti a un monumento, in un cinema, in un teatro, in una chiesa.

“Ma per piccoli gruppi il monte ore ricevuto da ciascun alunno non sarà lo stesso”.

Certo.

Ma non esiste equivalenza matematica già ora: il tempo DAD non “vale” lo stesso di quello in presenza. Per molti una settimana in presenza sì e una settimana no, che sia o meno alternato con la DAD attraverso la didattica mista, insegnano più di due settimane in DAD, dove la concentrazione è spesso bassissima e inoltre il ritmo dell’insegnamento è di per sé molto più lento: ci si mette il doppio del tempo per spiegare (o verificare) le stesse cose.

Poi ci sono quei ragazzi fortunati che, DAD o presenza, imparano comunque.

Insegnare tenendo presente solo costoro è, citando don Milani, curare i sani trascurando i malati: in pratica, fuori obiettivo.

La scuola oggi può e deve soprattutto provare a far stare meglio soprattutto chi ne ha più bisogno.

(di L.S.)

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