Il 29.2.24 le studentesse Beatrice Luongo, Alessandra Marotta e Maria Sole Albergo con i loro intensi interventi hanno rappresentato la voce giovane e profonda dell’associazione La Principessa Azzurra nel corso dell’evento #purplesquarecampania #caleidoscopiomurgia sull’opera postuma di Michela Murgia “Dare la vita”. Le studentesse erano accompagnate, alla Biblioteca Nazionale di Napoli, dalla loro classe 5H del Liceo Scientifico “Giuseppe Mercalli” – Napoli, dalla prof.ssa Maria Vittoria de Crescenzo e dalla presidente dell’Associazione La Principessa Azzurra Mara Fortuna.
Un grazie speciale a tutti loro e alla socia Claudia Amoresano per averci guidato in questo percorso.
Ecco i testi dei loro interventi:

Dare la vita, di Beatrice C.A. Luongo
Prima di iniziare, chiedo scusa per la precisazione matematica che farò; ma
provenendo da un Liceo scientifico potete considerarla deformazione
professionale. In matematica, e in particolare in una sua branca chiamata “teoria
degli insiemi”, l’intersezione è un’operazione binaria che permette di individuare
l’insieme degli elementi che contemporaneamente appartengono a entrambi gli
insiemi considerati.
L’”intersezionalità” prende in prestito questo termine matematico e lo fa proprio,
con una precisa differenza. Nell’operazione dell’intersezionalità non c’è nulla di
“binario”: non si considerano linee parallele che non si incrociano mai, ma linee
che si sovrappongono e convergono.
In un mondo fatto di relazioni, complessità e sovrastrutture non è possibile
analizzare la condizione di un individuo isolando solo una sua caratteristica.
Questo perché i fenomeni sociali sono spesso interconnessi. Approcciarsi a tale
operazione significa quindi tenere conto di tali interconnessioni nell’analisi, per
esempio, di un gruppo di persone. Si stabilisce una divisione sociale dominante,
come può essere la classe di appartenenza, e se ne considerano allo stesso
tempo altre.
L’intersezionalità deve molto al femminismo nero e al movimento antischiavista del
diciannovesimo secolo; la studiosa più citata a questo proposito è la statunitense
Kimberlé Williams Crenshaw, docente di legge, nera e femminista, che ci ha
regalato una metafora dell’oppressione e della discriminazione delle donne nere:
quella del “crocevia”. In questa metafora l’autrice trova un’analogia tra “il traffico di
un incrocio, che viene e va in tutte e quattro le direzioni” e la discriminazione, che
come il traffico “può scorrere nell’una e nell’altra direzione. E se un incidente
accade in corrispondenza di un incrocio, può essere stato causato dalle macchine
che viaggiavano in una qualsiasi delle direzioni e, qualche volta, da tutte. Allo
stesso modo, se una donna nera si fa male a un incrocio, il suo infortunio potrebbe
derivare dalla discriminazione sessuale o dalla discriminazione razziale […] Ma non
è sempre facile ricostruire un incidente: a volte i segni della frenata e le lesioni
semplicemente stanno a indicare che questi due eventi sono avvenuti
simultaneamente; dicendo poco su quale conducente abbia causato il danno.”
Il femminismo intersezionale in questa metafora, almeno dal mio punto di vista,
assume il ruolo di un detective che non si sofferma superficialmente sull’incidente
ma considera più fattori; o, ancora meglio, fa in modo di prevenirlo armandosi delle
proprie parole d’ordine: solidarietà e alleanza.
Questo tipo di approccio mi è sempre sembrato efficace ma anche molto
complesso, soprattutto perché purtroppo non esiste un manuale d’istruzione che
ci suggerisca i comportamenti migliori da adottare, capaci di tener conto di tutti i
fattori e delle lotte che confluiscono nel femminismo intersezionale, e di consentire
di andare avanti senza lasciare nessuna indietro! Forse per questo motivo,
nonostante io mi consideri una convinta (convintissima) femminista, mi sono
sempre mossa titubante in questo mondo, che appartiene a quello che possiamo
chiamare l’ecosistema femminista. Un manuale d’istruzione mi farebbe molto
comodo, mi renderebbe più tranquilla. Questo manuale non esiste, eppure credo
che “Dare la vita” di Michela Murgia ci si avvicini parecchio.
Quando ho comprato questo libro non l’ho iniziato subito: sono un’avida lettrice, ma ne stavo
terminando un altro. Nonostante questo per alcuni giorni l’ho infilato nella borsa:
per qualche motivo è mia abitudine portare a spasso i libri per un po’ prima di
tuffarmici. Ma durante un’attesa per l’autobus un po’ più lunga del solito ho deciso
di iniziare a sfogliarlo, così, per conoscerne più precisamente il contenuto…
ebbene l’ho finito quello stesso pomeriggio. Le parole e le frasi mi hanno così tanto
colpita che non ho resistito all’istinto di sottolinearle: avevo solo una penna e ho
usato quella. Per me è blasfemia, al massimo si usa la matita. Ma per questa volta
ho fatto un’eccezione. Ho sottolineato con forza: una, due, tre linee. Dritte e a zig
zag. Ho cerchiato parole e espressioni. Segnato strisce verticali ai margini delle
pagine. Punti esclamativi e commenti di tutti i tipi.
“Dare la vita. Le donne italiane ricominceranno a dare la vita quando per farla venire
al mondo e crescerla non sarà più necessario amputare la propria.” Segno
verticale, punto esclamativo, commento: niente di più vero.
“Una società moderna, democratica e plurale dovrebbe strutturare rapporti di
affidabilità a prescindere (qui ho sottolineato con ben due righe spesse) dai legami
di sangue e considerarsi tanto più evoluta quanto più l’affidabilità si estende a chi è
estraneə al gruppo familiare.”
Commento: alla faccia, sono d’accordissimo. Il legame di sangue non garantisce
nulla! Odio quando viene usato come strumento per esercitare potere. Vorrei
davvero sapermi esprimere così bene.
“In una famiglia interamente fondata sulla scelta reciproca si può osare essere se
stessi completamente”
Che bello. Veramente potentissimo, ora piango.
“Figli d’anima … genitori intenzionali”
Mi piacciono queste espressioni.
Altri commenti, da varie parti: wow!, non ci avevo mai pensato in questi termini,
devo informarmi di più.
Ecco come si pensa, ecco come si scrive! Ecco come vorrei riuscire a pensare,
ecco come vorrei riuscire a scrivere! Ma la cosa più bella è che questo libro è
volutamente aperto: apre discussioni e intenzionalmente le lascia in parte
ingarbugliate. È una spinta a fare di più, a capire a discutere e a riflettere di più.
Devo ammettere una cosa: non tutti i commenti che trovereste se sfogliaste la mia
copia sono in accordo con quanto scritto nel libro. Trovereste anche qualche “devo
ancora capire se sono d’accordo”, qualche “non so” e anche un “non sono sicura
che valga sempre”.
Penso che questi commenti siano la dimostrazione di quanto questo libro sia
efficace.
Michela Murgia aveva ragione, i suoi libri non sono “mansueti, compiacenti,
accondiscendenti”. Niente di tutto questo. E non li definirei neanche manuali
d’istruzione, in realtà. Ma più che altro una miccia. E con questa miccia seguirei il
caloroso invito della Murgia a fare casino.
Faremo casino.

Figli d’anima, di Alessandra Marotta.
Michela Murgia ha fatto parte di quella che lei stessa definisce una famiglia “queer” : una famiglia non tradizionale, fatta di persone non necessariamente legate tra loro da un legame di sangue, ma da un legame d’amore. La sua è una famiglia d’anima, in cui lei è stata una mamma d’anima che ha amato quattro figli d’anima.
Questo tipo di legame è difficile da comprendere, di solito siamo abituati a considerare membri di una stessa famiglia solo persone che condividono un porzione di DNA. Ancora oggi, quando si parla di bambini adottati si fa riferimento ai genitori biologici come: “veri genitori”.
La famiglia d’anima, però, va oltre i legami di sangue, perché è composta da persone che si scelgono e scelgono di prendersi cura le une delle altre.
Ma cosa sono i figli d’anima?
Nella Sardegna del passato la comunità ha sempre gestito i mali ed i beni come se riguardassero tutti e come se fossero comuni. Poiché tutte le famiglie avevano ben poco, ognuna di queste era a disposizione delle altre. I bambini non erano solo figli di una coppia, ma anche di una comunità che doveva custodirli e proteggerli. Quando le madri dovevano passare giornate nei campi a lavorare, lasciavano i bambini alle vicine. La stessa Michela Murgia ne ha parlato nel romanzo “Accabadora”.
È proprio in questo contesto che nacque un aiuto, o meglio un’offerta di ospitalità a tutti quei bambini sia orfani (sia di uno che di entrambi i genitori), sia in una condizione familiare di estrema povertà e indigenza che non avevano alcun sostentamento dalla famiglia biologica.
Questi sono i figli d’anima, figli non nati in una famiglia che però venivano accolti, amati e trattati come tali. Quello che mi ha colpito particolarmente di questa accezione è che non si trattava né di un’adozione, né di un affidamento temporaneo, non c’era nessun documento scritto da firmare, era un’accoglienza duratura nella quale il bambino non perdeva le radici della propria famiglia biologica, non sostituiva i genitori biologici con quelli che lo accoglievano.
Le fonti che possono testimoniare questo fenomeno sono tutte orali, tramandate di generazione in generazione dai figli d’anima poiché, non trattandosi di un’adozione legale, non ci sono documenti scritti.
Ed è proprio per l’assenza di testimonianze scritte e l’uso di tramandare oralmente queste storie, che la classe 5H ha svolto un’indagine nelle proprie famiglie, chiedendo ai propri parenti se conoscessero storie di figli d’anima in famiglia. Ne sono risultate alcune storie tanto diverse, quanto simili tra loro.

L’intervista a mia madre, di Maria Sole Albergo
E così da un giorno all’altro tutto è cambiato: la mia cameretta non era più rosa, non si scorgevano più gli alberi di pesche nel giardino condominiale e soprattutto il buongiorno mattutino finì nell’oblio del silenzio.
Avevo solo 5 anni, confusione e paura sono i sentimenti che ricordo di aver provato in quell’attimo, dopo 40 anni ho ancora difficoltà nel trovare le parole giuste per descrivere ciò che sentii .
Avevo da poco imparato a scrivere il mio nome a scuola e mi divertiva incidere con un gesso bianco sui muri rosa della mia accomodante cameretta, finché non sentivo i passi adirati di mia madre, pronta per obbligarmi a cancellare tutto.
Mi coricai quella sera di dicembre sentendo storie di fantasia narrate dalle mie sorelle maggiori, ignara del fatto che, a poco più di 10 metri di distanza, la mia mamma stava per chiudere per sempre gli occhi.
Da quella mattina tutti i colori sono cambiati, il rosa della camera è diventato grigio cenere e quella bambina di 5 anni ha dovuto affrontare una crescita fin troppo precoce. Le mie domande non hanno mai ricevuto le risposte che desideravo, nessuno mi ha mai detto che la mia mamma non sarebbe più tornata, si limitavano a dirmi: ”La tua mamma sta volando in cielo veloce come un razzo ma tra poco ritorna” . Di lei mi è rimasto poco più di un oggetto, una lettera, un foulard ed il suo volto inciso per sempre nella mia anima.
Pochi mesi dopo, con la valigia colma di giocattoli, approdai in quella che sarebbe poi diventata casa mia.
Sono cresciuta immersa in un apparente affetto e una totale solitudine, circondata da donne che provavano ad avere un approccio materno con me, una piccola bambina che anziché apprendere le tabelline, passava le nottate a chiacchierare nel vuoto con la sua mamma. Non mi ero mai etichettata come “figlia d’anima”, non avevo mai riflettuto riguardo la mia infanzia o meglio, sono stata educata con la totale consapevolezza di essere una “povera orfanella cresciuta dalle zie”.
Noi figli d’anima, inconsciamente, sviluppiamo una componente emotiva superiore rispetto agli altri bambini, abbiamo sperimentato sulle nostre pelli cosa significa non poter chiamare mamma e papà dopo un traguardo, poter correre nel lettone dopo un incubo notturno, non possiamo fare altro che rifugiarci in un lontano ricordo, il ricordo dell’abbandono.
Sarò per sempre grata di essere cresciuta circondata d’amore, un amore sincero che non colmerà mai quel vuoto che caratterizzerà per sempre il ricordo della mia infanzia.


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