
Libro proposto in lettura per “Le Parole per dirlo” 2023/24, progetto di educazione alla lettura e ai sentimenti, che si svolgerà con il supporto della Fondazione Premio Napoli, nella sede di Palazzo Reale, e includerà un incontro laboratoriale e un incontro con l’autrice.
Se sei interessata/o, se sei un’insegnante e vuoi partecipare con la tua classe, prenotati scrivendo qui o su FB o IG.
L’ultimo romanzo di Antonella Ossorio, già autrice de “La mammana” e de “La cura dell’acqua salata”, per citare solo i suoi lavori più noti, racconta la storia di Giulia Civita Franceschi e del suo straordinario esperimento educativo: il recupero dell’infanzia abbandonata di Napoli attraverso l’istruzione e il successivo avviamento al lavoro.
Siamo nel 1913 e la nave Caracciolo, un tre alberi a vele quadre con alle spalle un’onorata carriera, è in disarmo, attraccata a un molo del porto. In realtà è in attesa della direttrice nominata dal Ministero della Marina, la donna che la trasformerà in un asilo per gli scugnizzi, i bambini abbandonati o semiabbandonati che popolano le strade della città, vivono di espedienti e dormono per strada. Giulia Civita viene coinvolta dalle amiche Antonia e Enrichetta (moglie di Nitti la prima, figlia di Giolitti la seconda) che insistono che sia lei a prendere le redini dell’operazione conoscendone il talento educativo. Giulia, infatti, figlia dello scultore ebanista Emilio Franceschi, fin da giovanissima insegnava ai ragazzi analfabeti nell’officina del padre. Già da piccola le era chiaro l’obiettivo di matrice illuminista dell’istruzione come strumento di elevazione e civilizzazione, e l’educazione dei giovani fu per lei passione e dono di tutta una vita. Dal 1913 al 1928, anno in cui l’esperimento, dopo numerosi attacchi tesi a sminuire e infangare l’iniziativa, fu definitivamente bloccato dal regime fascista, la scuola salvò dalla strada settecentocinquanta bambini, che da scugnizzi si trasformarono in caracciolini, cioè allievi marinaretti e non solo. Giulia Civita, infatti, capì presto che un bambino, per quanto piccolo, può avere le proprie inclinazioni e i propri talenti, che vanno nutriti e sviluppati, non repressi. Diede quindi spazio, nella sua programmazione educativa, ad attività che non fossero esclusivamente marinaresche. Inoltre lottò sempre, con tutti i mezzi, per creare un’istituzione simile per le bambine, perché comprendeva molto chiaramente che all’interno dell’infanzia abbandonata erano le più deboli e vessate, facilmente destinate alla prostituzione.
Sullo sfondo di una Napoli in lotta per un riscatto che non arriva, trascinata nella prima guerra mondiale prima e attraversata dall’ascesa e dall’affermazione del fascismo poi, Antonella Ossorio ci racconta le storie dei bambini: Aubry, Ernano, Buono, D’Iorio e tanti altri. Ma non solo: alla vita della protagonista e dei suoi allievi si intrecciano quelle delle insegnanti, quella di don Viggiani che perlustrava la città alla ricerca degli scugnizzi, degli amici che l’aiutarono, come lo scrittore Jack La Bolina (Augusto Vittorio Vecchi) che involontariamente suggerì un’attività educativa incredibilmente moderna e nelle corde de “La Principessa Azzurra”: ai bambini veniva chiesto, se volevano, quando volevano, di scrivere la propria storia e poi di leggerla ai compagni.
Gran parte di questo romanzo è storicamente fondato (in particolare l’autrice si è avvalsa delle minuziose ricerche della prof. Maria Antonietta Selvaggio), ma naturalmente c’è anche la necessaria invenzione romanzesca. La più geniale e commovente è sicuramente quella di Felice, un bambino che seguiamo attraverso tutto il libro, che sfugge a don Viggiani perché lo teme, non capendo che così rinuncia all’unica fortuna che poteva capitargli. Attraverso Felice chi legge segue la vita di uno scugnizzo a cui non viene data nessuna opportunità di riscatto: fame, solitudine, carcere, aggressioni, violenza sessuale. È questo l’inevitabile risultato, un’esistenza segnata, il destino che accomuna tutit gli ultimi.
Sul destino si interroga spesso Giulia Civita, così come si interroga sui modi migliori per insegnare. E sempre risultano fondamentali le relazioni affettive, senza le quali nulla si apprende. E ancora, la flessibilità. La possibilità di reinventare ogni giorno le attività e le relazioni.
Il romanzo è diviso in quattro parti, salpare, navigare, resistere, come in un vero viaggio per mare. L’ultimo è l’approdo, che troviamo però all’inizio: è il funerale di Giulia Civita, la fine della sua vita, circondata dall’amore di tutti coloro che ha amato, il momento ultimo in cui i frutti si raccolgono intorno al seme che li ha generati.

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